Il salvataggio dei Templi di Philae: 40.000 blocchi ricomposti ad Agilkia

Il salvataggio dei Templi di Philae: 40.000 blocchi ricomposti ad Agilkia

By Redazione

Per oltre sessant’anni il santuario di Iside a Philae è stato un monumento a metà sommerso, visitato in barca tra colonne e capitelli che affioravano dal Nilo. Il suo salvataggio, condotto tra il 1972 e il 1980, è stato uno dei cantieri più complessi della campagna internazionale UNESCO per i monumenti della Nubia: un’isola chiusa dentro un anello di acciaio e sabbia, prosciugata, rilevata pietra per pietra e ricostruita su un’altra isola, rimodellata per somigliare all’originale.

Il trasferimento dei templi sull’isola di Agilkia, in Egitto, ha combinato opere idrauliche provvisionali di grande scala, rilievo architettonico di precisione e ricomposizione delle murature. Circa 40.000 blocchi hanno lasciato la loro sede per ritrovare, in un sito diverso, la stessa posizione e gli stessi rapporti reciproci.

Un’isola tra due dighe

Philae sorgeva poco a monte della prima cataratta del Nilo e ospitava uno dei grandi santuari dell’Egitto tolemaico e romano: il tempio di Iside, il chiosco di Traiano, la porta di Adriano, il tempio di Hathor, il mammisi e una sequenza di portici e cappelle. Sulle sue pareti, nel 394 d.C., fu incisa l’ultima iscrizione geroglifica datata finora nota.

I problemi iniziarono con la prima diga di Assuan, completata nel 1902 a valle dell’isola e sopraelevata due volte, nel 1907-1912 e nel 1929-1934. Da allora Philae restava sott’acqua per gran parte dell’anno ed emergeva soltanto tra luglio e ottobre, quando le paratoie venivano aperte per il passaggio della piena. Negli anni Sessanta l’acqua copriva i templi per circa un terzo della loro altezza, lasciando limo sulle superfici e attenuando i colori dei rilievi.

La grande diga, costruita pochi chilometri più a monte e completata nel 1970, rendeva la situazione insostenibile. Philae sarebbe rimasta chiusa nel bacino tra i due sbarramenti, soggetta a variazioni di livello di circa tre metri al giorno legate alla produzione di energia: un ciclo continuo di immersione ed emersione destinato a consumare la pietra. Si valutarono il sollevamento dell’isola, un argine permanente e un sistema di tre piccole dighe per isolare un lago separato. Nel 1968 prevalse la soluzione più radicale: smontare i monumenti e ricostruirli sulla vicina Agilkia, un’isola più alta, al di sopra dei livelli raggiunti dall’acqua.

L’isolamento del cantiere dall’acqua

Prima di spostare una sola pietra bisognava riportare Philae all’asciutto. I lavori iniziarono nel 1972 con un recinto provvisionale attorno all’isola: due file parallele di palancole d’acciaio lunghe circa 15 metri, infisse nel letto del fiume a circa 12 metri l’una dall’altra, con l’intercapedine riempita da circa un milione di metri cubi di sabbia. La sabbia, estratta in cave a qualche chilometro di distanza, veniva miscelata con acqua e pompata come fango lungo una condotta galleggiante. L’opera richiese circa 6.000 tonnellate di acciaio.

La cinta fu chiusa nel maggio 1974. Le pompe svuotarono il bacino interno e continuarono a funzionare per tutta la durata del cantiere, smaltendo le infiltrazioni. L’isola riemerse coperta da uno strato di limo che in alcuni punti sfiorava i due metri: liberare basamenti, pavimenti e superfici fu il primo passo, indispensabile per il rilievo.

La palancolata non apparteneva al complesso ricostruito e aveva carattere temporaneo, ma da essa dipendeva l’intera organizzazione delle lavorazioni: senza quell’anello d’acciaio e sabbia nessuna delle fasi successive sarebbe stata possibile.

Rilievo e identificazione dei blocchi

Ripuliti dai depositi, gli edifici furono rilevati con la fotogrammetria. Coppie di camere di alta precisione producevano immagini stereoscopiche da cui si ricavavano disegni geometricamente esatti di prospetti, sezioni e corsi murari. Quegli elaborati sarebbero diventati la guida della ricostruzione, con l’obiettivo di riportare ogni elemento nella sua posizione al millimetro.

Lo smontaggio, avviato nel settembre 1975, ha interessato circa 40.000 blocchi, con pesi che arrivavano a circa 25 tonnellate, per un totale stimato in 27.000 tonnellate di pietra. Ogni elemento ricevette un numero che lo legava alla documentazione dell’edificio, e i monumenti vennero scomposti procedendo a ritroso rispetto alla sequenza costruttiva, dai corsi più alti verso le fondazioni.

La numerazione rispondeva a due esigenze complementari: riconoscere la pietra evita scambi tra componenti simili, conoscerne la posizione consente di ricostruire allineamenti, successione dei corsi e rapporti tra parti adiacenti. I blocchi furono trasferiti via fiume in un’area di deposito e ordinati per monumento e per corso, in attesa che il nuovo sito fosse pronto ad accoglierli.

Preparazione di Agilkia e ricomposizione

Agilkia, a poche centinaia di metri da Philae, era un rilievo granitico più alto ma di forma diversa. Per accogliere i templi l’isola fu rimodellata: circa 750.000 tonnellate di granito vennero abbattute con le mine e rimosse, mentre lungo le sponde si riportavano materiali di riempimento, fino a riprodurre forma, dimensioni e quote di Philae. Le squadre della High Dam Company lavoravano su tre turni, con fino a 4.500 operai impegnati contemporaneamente.

Le fondazioni furono completate nell’aprile 1977, ma la ricostruzione era già partita a marzo e da maggio i blocchi cominciarono ad arrivare dal deposito. I monumenti risalirono corso dopo corso seguendo i disegni fotogrammetrici, fino alla posa dell’ultima pietra nell’agosto 1979.

Il cantiere si chiuse con la sistemazione del paesaggio: palme, acacie, henné, papiri e fiori di loto restituirono ai templi un ambiente simile a quello perduto. Il 10 marzo 1980 fu celebrata la conclusione della campagna nubiana, di cui Philae era l’ultimo grande intervento. Il salvataggio dei templi era costato circa 30 milioni di dollari, sostenuti da ventidue Paesi e dal Programma alimentare mondiale, con oltre metà della spesa a carico dell’Egitto. Già nel 1979 i monumenti nubiani da Abu Simbel a Philae erano stati iscritti nella Lista del patrimonio mondiale.

Il contributo italiano documentato

L’esecuzione fu affidata a una joint venture tra l’egiziana High Dam Company for Civil Works e il raggruppamento italiano Condotte-Mazzi Estero, con la consulenza ingegneristica e architettonica dello studio del Dr. William Selim Hanna, al Cairo. Alla componente egiziana spettarono in particolare il prosciugamento dell’area e la preparazione delle fondazioni; alle imprese italiane, incaricate nel 1974, lo smontaggio, il restauro e la ricostruzione dei monumenti.

L’intervento fa parte della storia di Grandi Lavori Fincosit, che vi riconduce la partecipazione delle imprese poi confluite nella società e del consorzio esecutore. La memoria del cantiere resta viva anche negli archivi: nel 2021 l’archivio di Philae donato da Condotte è stato acquisito dall’Università degli Studi di Milano.

Fonti e documentazione

UNESCO: salvataggio dei monumenti della Nubia; UNESCO: cronologia della campagna; UNESCO Courier: documentazione delle fasi di trasferimento; GLF: scheda storica Philae; Aramco World (1976): cronaca del cantiere di Philae; Italiana: l’archivio del salvataggio di Philae.

Fotografia di copertina: tempio di Iside ad Agilkia. Autore: Dennis Jarvis. Fonte: Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 2.0. File ottimizzato per il web; inquadratura adattata dal sito.